Vite legate ad un filo …


Un sabato notte anonimo, come tanti, al rientro in casa. La quiete mi accoglie, solo due piccoli occhi luminosi mi osservano e poi uno sbadiglio mentre si rotola sulla sedia e riprende a dormire. La solita Shama. Entro in camera e mi svesto, avevo sonno ed ero leggermente brillo; mi rimane un ultima cosa da togliere, il solito movimento, quasi automatico, ma questa volta c’è qualcosa che non va. Una pioggia di palline di legno si abbatte nella mia stanza in ogni dove, nelle mie mani solo alcune di esse ancora legate ad un logoro filo che ha vissuto molti di quei giorni e anni sorreggendole e tenendole strette e vicine come una famiglia.

Osservo le mani e volgo uno sguardo allo specchio, il mio viso sorride, quasi beffardo, il mio occhio e spento e lancia uno sguardo al telefono, controlla l’ora. Un gesto fulmineo; scrivere un sms e poi subito cancellarlo, un sms che mai ha visto la luce e che è stato bloccato da una forza di volontà ormai decisa a smettere. Mi chino a raccogliere le perline sparse qua e la in camera, le raccolgo in un palmo e le poso sul mobile davanti la porta; all’indomani avrei deciso cosa fare, anche se quel segno era un segno evidente che il Destino avesse voluto darmi … quel filo non legava solo delle palline di legno, ma raccoglieva anni di ricordi, uno storia strana, un legame particolare con un’altra simile collana, un legame con un’altra persona ormai spezzato e reciso … come quel filo …

[ continua … ]

La notte trascorreva lenta e soffocante, il caldo rendeva quelle mura sempre più vicine, quasi volessero stritolarmi in quella morsa priva di rumori. Quasi fossi febbricitante. Il cuscino sudava come me. Voltarsi, rivoltarsi, cambiare posizione, spegnere un pensiero, accendere la luce di scatto e cercare invano quella puttana di zanzara che aveva deciso di dissanguarmi quella notte; si vede che si è sparsa la voce nel quartiere che son di sangue dolce. Seduto al centro del letto, con la testa china sulle ginocchia incrociate, osservo il tempo scorrere sulla sveglia digitale; le 3.00 … le 3.30 … le 4.00 … finalmente Morfeo si ricorda anche di me e svengo tra le sua braccia.

È mattino inoltrato oramai quando un rumore continuo e incessante attira la mia attenzione, unghie che graffiano lungo il legno della mia porta, qualcuno, ma pensa una a caso toh!, che cerca di arrampicarsi verso la maniglia per aprire; non siate poetici e animalisti fino al midollo, non aveva nessuna intenzione di svegliarmi dolcemente leccandomi il viso e coccolandomi con il suo pelo, aveva semplicemente, e scontatamente, fame !!! Tsz, le donne ti cercano solo quando hanno bisogno di qualcosa o quando hanno fatto qualcosa di sbagliato!
Sono le 11.30, Shama mi ha svegliato ‘dolcemente’, le apro la porta, uno sguardo allo specchio, non proprio una faccia riposata ma almeno è passata la notte ‘bollente’. Soddisfo la cicciona e poi riprendo a dormire sotto la doccia fredda : giorno Anto! Finalmente sveglio e cosciente riprendo possesso della mia camera, un po’ d’ordine qua e la e poi accendo il pc.

A quanto pare non sono l’unico comodo che si sveglia tardi; ma si sa Buffoni e Giullari come noi hanno sempre troppo da fare e dire per dormire come tutti e svegliarsi presto come molti. Il nuovo giorno porta con se un’altra novella, che sommata alle tante ‘storie’ ed eventi aggiunge un altro pezzo al puzzle incompiuto. Rimango solo. I pensieri turbinano e non ho molto tempo per decidere cosa fare; qualcuno mi dice che a volte sono troppo impulsivo e affrettato, altre volte invece sono troppo razionale, mi faccio troppe domande e problemi e non riesco a vivere con serenità e leggerezza ciò che mi ‘vive’ nel quotidiano. Ma troppa pioggia era caduta senza far rumore e lasciar odore, e di questo deserto fatto fango, in cui affondare e soccombere, non volevo esserne l’unica vittima & carnefice. ‘Usare il buon senso, sarebbe cosa buona e giusta … ‘; queste parole ormai erano un loop, quasi mnemonico, di chi, non sapendo cosa dire, cercava di ridimensionare la tempesta in alto mare ad un cubetto di ghiaccio caduto in un bicchiere.

Tic-tac … Tic-tac … Tic-tac …

Il tempo scorre e ogni strada e soluzione risulta impraticabile, per mancati collegamenti o informazioni inesistenti. Solo un nome e niente più. Ma anche un genio informatico con un nome ci avrebbe potuto fare poco …  ma invece io sono più figo del genio informatico e mi ricordo di un particolare … ehehehe … di una foto con una didascalia, due nomi … toh magari quello è il cognome … bingo ! Una lista di 6, non restava che provare …

[ continua 2 … ]

E in quei pochi attimi di pensiero mi viene in mente una strana persona, la mia professoressa di Italiano dell’ultimo triennio di scuole superiori, Anita Pesce: una persona molto zelante a volte, ma anche cordiale, simpatica, bizzarra e determinata. Era la presidentessa di un associazione Onlus che si occupava di varie problematiche sociali e ambientali, e spesso, prima delle sue noiose lezioni :P, ci raccontava alcuni aneddoti di come invitava o contattava gente, anche molto importante, a serate da lei organizzate; e la maggior parte delle volte, di queste persone semi – famose o note, aveva pochi brandelli di informazione, ricavava dei numeri così in elenco o li chiamava tutti finché non beccava chi doveva; io, li per li, ero sempre rimasto scettico sulla sua metodologia di ‘reclutamento’ ospiti e, sinceramente, mi imbarazzavo per lei quando lo raccontava … e invece poi … come si dice: mai dire mai nella vita …

E fu così che, tra follia, determinazione, rabbia e imbarazzo, sfidai me stesso e il Destino. Molte volte ci soffermiamo a osservare piccoli gesti e segni quotidiani, nel nostro piccolo, e ci viene da dire ‘è un segno del Destino … ’ o ‘tutta colpa del Destino … ‘; ma non ho mai amato l’idea di non essere padrone della mia vita e delle mie scelte, nel bene e nel male sia ben chiaro, per poi prendermela con il fato o un entità superiore e astratta padrona di questo disegno di vita. Non potevo lasciar tutto scorrere e aspettare ‘che si venisse a creare l’occasione … ‘ per parlarne; non si sarebbe mai creata, comunque, un occasione tra ‘noi’ e il tempo sarebbe sceso a coprire, come neve fresca e soffice, i nostri passi perdendo traccia del nostro percorso fin’ora.

Avevo preso la decisione e così la portai a termine sfoltendo pian piano quella lista fino a beccare il mio interlocutore. Ovviamente ne rimase sorpreso, e stupito, di tale determinazione, ma curioso di sapere cose avrei dovuto dirgli e porre un limite a queste due linee parallele che continuavano a scorrere senza mai incrociarsi, senza mai confrontarsi.

Uno scenario surreale, condito dal caldo pomeridiano e dal silenzio dell’ora, ospitava l’ultimo atto, dovuto, di questa vicenda. Poche parole prima dell’inizio dello ‘spettacolo’, anche della cordialità impensata e insensata tra un silenzio e un lungo silenzio. I miei occhi si erano fissati su una cosa che girava tra le sue dita, come tanti satelliti attorno al proprio pianeta. Avevo immaginato già una cosa del genere, non mi stupivo, anzi mi sarei stupito del contrario. Parole accartocciate in bella vista fecero capolino in un anonimo, e quanto mai vuoto, luogo di riposo. E poi quel pensiero e quello sguardo, pochi secondi per decidere mentre un piccolo flash di memoria riaffiorava come un mucchio di foto lanciate per terra e poi spazzate via dal vento. Non l’avrei tenuta, non sarebbe servito tenerla ora, non dopo la morte di sua ‘sorella’; era giusto scomparissero assieme e portassero con loro molto ricordi e molti posti.

Anche se, mi sarebbe piaciuto prenderla un ultima volta tra le mie mani, giocarci un po’ e annusare il suo odore prima di guardarmi in giro alla ricerca di un bambino, o una bambina, al quale donarla augurandogli buona fortuna, come fu fatto con me 10 anni fa.
Ma la razionalità e la convinzione di quel pomeriggio prevalse su i sentimenti e il legame empatico con quell’oggetto ormai lontano dal mio karma e ormai pregno di odio e veleni che avrebbero reso quelle leggere sfere un peso troppo enorme da trasportare o da osservare nei brevi istanti di luce – buio di un cassetto.

Scese ancora del silenzio prima del diluvio di parole. La pioggia verbale fu incessante, e ascoltavo prima di proferir parola. Ascoltavo un discorso che non faceva una piega, e che in una situazione reale e veritiera non avrebbe avuto una contrapposizione verbale adeguata, perché in silenzio si sarebbe dovuto annuire e andar via. Ma il problema era proprio nel mezzo, tra chi osservava il mondo con occhi filtrati da lenti colorate e sempre pulite, e chi, come me, osservava il mondo a occhi nudi, senza filtri, forse solo alcuni, dubito a questo punto di aver visto tutto nella sua interezza e purezza dato che chi mi mostrava questo mondo filtrava molte cose, e anche pesanti, al resto del mondo.
Non un mondo sempre colorato, non c’era sole, e se c’era era molto leggero e offuscato da perenni nuvole che cercavo di coprirne ogni spiraglio e ogni singolo e tiepido raggio. Molta pioggia bagnava la mia vista e ingrigiva le mie visioni, visioni che da un altro punto di vista erano sempre colorate e sempre negative in alcuni aspetti, in un unico personaggio : me.

Come un fiume in piena che rompe i suoi argini le mie parole sgorgarono e irruppero nella quiete di quei campi; e dove di era terra solida e raccolti, vi fu palude e carestia. E un singolo spaventa passeri, sempre a capo chino e voce flebile, annuiva alle mie parole e alle mie dimostrazioni. L’espressione dura e convinta, di chi osservava il mondo bendato, divenne sempre più perplessa e cupa; incredulità e ira si alternavano sul suo volto. Fermo e calmo osservavo a turno, come si segue una palla da tennis con lo sguardo, prima uno e poi l’altra. Il fiume sgonfiò la sua piena, le acque ritornarono al livello normale e l’inondazione si espanse a raggio fino a spegnersi.

Il fiume ora avrebbe ripreso il suo corso, nella sua unica direzione, e dei danni causati, irreparabili o meno, non se ne sarebbe curato; anche perché molte volte, anche se la natura ci mette del suo con piogge costanti o altri fenomeni, è l’uomo la causa dei suoi mali e dello straripare dei fiumi che scompigliano, chi più chi meno, la sua vita e il proprio cammino.

Il rientro. Volgo un ultimo sguardo al ‘cimitero’ delle mie parole e delle mie perle, un leggero sorriso di addio a loro e poi via.

[Epilogo … ]

Non credo nel Destino, ma a volte chissà ….


Succede che un venerdì sera, uno degli ormai tanti venerdì sera infiniti, rientri scazzato e stanco a Milano dopo il solito lungo viaggio. Succede che giusto pochi km prima di metter ‘ruota’ nelle prossimità milanesi, per intenderci al solito, e ormai familiare, casello di Agrate, cominci il diluvio universale, quasi si voglia annunciare la mia venuta a casa a qualcuno. Succede che sfatto lanci per casa le cose, facendo attenzione a non colpire la gatta, che come al solito ti aspetta dietro la porta in attesa di cibo, capirai che novità, che ti spogli, lanci tutto in lavatrice, fai il bucato e rientri in camera nudo sul rosso letto a guardare il soffitto.

Succede che accendi il pc e leggi la posta, una festa, di sabato sera, di gente conosciuta al lago e con altri sconosciuti da conoscere; sei scazzato e non vuoi vedere nessuno, ma son anche quelle situazioni in cui stare a casa, nelle solite 4 mura, non aiuta; allora decidi di andare alla festa il giorno dopo.
Succede che pieno di pensieri rivolti al domani e al futuro, con un occhio e un orecchio al presente e al passato, non riesci a focalizzare bene la meta; ma poi tutto è filtrato e sfuocato e da solo non riesci a mettere in evidenza i particolari e gli errori, allora un aiuto qua e la ti mostrano i punti di osservazioni migliori per valutare la situazione, e comprendi che tutto ha un limite e che la scemenza e l’autolesionismo delle persone non ha mai fine.

Arriva il giorno della festa; una festa come tante, forse, gente nuova con cui doversi come al solito raccontare, presentare e ripetere … anche due svedesi, di cui una non ve la raccomando proprio perché troppo nervosa … Succede che la padrona di casa ha uno strano ‘oracolo cinese’ con cui tutti giocano e provano a scoprire o intuire cosa gli riservi il Destino … Succede che io, poco credente nel Destino, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti, decida di usare questo oracolo; e succede che l’oracolo mi colpisce … proprio li, li nel mezzo … in quel pensiero fottuto che ho in mente da mesi … ed ora sono in crisi, su quale scelta fare …

The Chinese Fortune Sticks :

27_635

Il Destino mi ha regalato lo Stick n. 61 ed ecco la sua descrizione :

x anto(1)

Chi conosce l’inglese avrà capito bene il senso del profilo dello Stick numero 61; per chi non lo conosce … riassumo dicendo che : la mia vita è in bilico su un filo, da una parte la felicità e da una parte la via verso il disastro e il fallimento, e QUALSIASI SCELTA IO FARO’ ORA si ripercuoterà sulla mia vita, in bene o in male; le catastrofi sono dietro l’angolo, e solo all’ultimo momento potrei averne coscienza ed evitarle …
Succede che ora scegliere se andare a Londra, Roma, Irlanda, Barcellona o restare a Milano diventa una scelta troppo difficile … e ho paura …

Succede anche a me.

V


vendetta1

RADIOHEAD – House of cards


princesspeachhouseofcards

I don’t want to be your friend
I just want to be your lover
No matter how it ends
No matter how it starts

Forget about your house of cards
And I’ll do mine
Forget about your house of cards
And I’ll do mine

Fall off the table,
Get swept under
Denial, denial

The infrastructure will collapse
Voltage spikes
Throw your keys in the bowl
Kiss your husband goodnight

Forget about your house of cards
And I’ll do mine
Forget about your house of cards
And I’ll do mine

Fall off the table,
And get swept under

Denial, denial
Denial, denial
Your ears should be burning
Denial, denial
Your ears should be burning
Denial, denial

Ti sei stancata di portare il mio peso [ Hikmet ]


 
Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra
dei miei tradimenti
le mie parole erano incendi
le mie parole erano pozzi profondi
le mie parole erano stanchezza, noia serale,
un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
il peso dei miei passi
che si allontanano esitando
quel peso sarà quello più grave.

I am MINE !


Per chi pensa il contrario, rafforzo il concetto con questa bellissima canzone che esprime tutto il mio pensiero in merito :
 
I am  mine
 
The selfish, they’re all standing in line
Faithing and hoping to buy themselves time
Me, I figure as each breath goes by
I only own my mind

The North is to South what the clock is to time
There’s east and there’s west and there’s everywhere life
I know I was born and I know that I’ll die
The in between is mine
I am mine

And the feeling, it gets left behind
All the innocence lost at one time
Significant, behind the eyes
There’s no need to hide
We’re safe tonight

The ocean is full ‘cause everyone’s crying
The full moon is looking for friends at hightide
The sorrow grows bigger when the sorrow’s denied
I only know my mind
I am mine

And the meaning, it gets left behind
All the innocents lost at one time
Significant, behind the eyes
There’s no need to hide
We’re safe tonight

And the feelings that get left behind
All the innocents broken with lies
Significance, between the lines
(We may need to hide)

And the meanings that get left behind
All the innocents lost at one time
We’re all different behind the eyes
There’s no need to hide

Perchè alla fine un po’ di bene te ne voglio….


E quella volta, una domenica di ottobre, già l’autunno ci moriva
addosso e io fumavo sigarette amare, e tu come uno specchio rotto
riflettevi quell’immagine sbiadita del ricordo del frammento del
brandello del profumo di quell’angolo d’estate e mi dicesti: “Voglio
vivere la vita come un alito di vento che, inseguito dall’aurora, già
racchiude le speranze di un domani tutto mio che mi appartenga, e come
donna accarezzare nuovi scampoli d’assenza”, io dicevo “Sì capisco,
vuoi gli scampoli d’assenza” ma pensavo: “Puttana”.

Così pensasti, decidesti e mi annunciasti: “Quest’estate vado in
Grecia con Giovanna, mi preparo a accarezzare nuovi scampoli
d’assenza”, io ti dissi: “Scusa cara, cosa cazzo ti prepari per
l’estate, siamo a ottobre, è quanto meno prematuro”; tu piangesti tutta
notte e al mattino ti svegliasti, gli occhi pesti, ripiangesti e mi
dicesti: “Siamo onesti, vuoi che resti per tarpare le mie ali ed
impedirmi di volare, e come donna accarezzare nuovi scampoli di
assenza”, io ti dissi: “No, prudenza, non potrei vederti senza quei
tuoi scampoli di assenza”, questo dissi ma pensavo dentro me che tu e
Giovanna in Grecia ci andavate solo per sentirvi… puttana.

Poi sei tornata dalla Grecia io fingevo che non mi importava niente,
ti chiedevo le notizie più banali, tipo: “Chissà quanta gente avrai
incontrato, che bordello di turisti”, tu negavi ed affermavi: “No no no
no no no no no no no no no no no no no no no no, eravamo solamente io e
Giovanna sopra un’isola deserta tipo c’hai presente due chilometri di
spiaggia vuota, dormivamo in un capanno in riva al mare e alla sera i
pescatori ci portavano del pesce, facevamo le grigliate sulla spiaggia
e cantavamo a squarciagola le canzoni di Battisti fino all’alba, tanto
l’isola è deserta”, tu dicevi e io pensavo: “Ma che cazzo, tutti quelli
che ritornan dalla Grecia sono stati sopra un’isola deserta tipo c’hai
presente due chilometri di spiaggia vuota, ma contando tutti quelli che
mi dicono ‘sta cosa io mi chiedo quante cazzo di isolacce deve averci
questa merda di una Grecia, poi ‘sti pescatori greci non potrebbero
pescare in altomare e impiccarsi con le reti senza andare a importunare
le ragazze come te che normalmente sono brave ma travolte dagli eventi
non disdegnano di fare la puttana?”.

E adesso tu mi chiedi come mai son così pallido e patito mentre tu
sei tanto sana. La risposta è tra le righe di quest’aria che ti canto,
che nel mentre che tu stavi sopra l’isola deserta strafogandoti di
cozze con Giovanna e i pescatori, io da solo chiuso in casa non potevo
fare a meno di pensare a te lontana già da qualche settimana e comporti
una canzana praticando una gimkana che mi ha fatto alfin capire che tu
sei, saresti stata, eri, fosti, sarai sempre e dillo pure anche a
Giovanna… il mio amore, sì il mio amore, nonostante qualche dissapore.
Come una libellula selvaggia io sorvolerei, però dimmi cosa hai fatto
con il greco sulla spiaggia. Senza fiato, senza bronco, tu sei
ritornata ma ti stronco; se ti lascio in faccia i segni del saldatore
so che capirai: io non ti porterò rancore.

C. Bisio

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